Quando conviene fare i sordi…

di Alessandro Bertirotti

Quando conviene fare i sordi… ovvero quando prestare orecchio alle ragionevolezze altrui

Ognuno di noi, quando comunica attraverso le proprie azioni, oppure attraverso il linguaggio, sia esso scritto o parlato, crede di possedere la ragione che sta a monte di quello che fa, scrive o dice. In termini molto essenziali, ognuno di noi è convinto di avere ragione in tutto quello che fa, scrive oppure dice. Se non fosse così, molto probabilmente staremmo più zitti o scriveremmo molto di meno. E forse compiremmo anche meno azioni. Insomma, la nostra ragione si impone come un imperativo categorico, come qualche cosa che riteniamo essere sempre alla base di ogni nostro pensiero, di ogni nostra azione. Anche quando commettiamo errori, crediamo sempre di averli fatti senza aver valutato bene la situazione, e quindi in buona fede. Nei nostri confronti siamo sempre molto indulgenti, mentre non lo siamo affatto quando individuiamo errori negli altri. Gli altri sbagliano perché è colpa loro, mentre noi sbagliamo perché ci siamo “ovviamente sbagliati”. A noi è permesso, agli altri no.

Questa convinzione, che ritengo essere alla base della maggioranza delle nostre azioni e dei nostri pensieri, cresce con noi e si sviluppa durante tutto l’arco della vita. A meno che, non si abbia la grande fortuna di incontrare qualcuno che, nel nostro percorso esistenziale, ci accompagna, facendoci notare come tutte le cose possono essere viste da molti punti di vista. Ognuno dei quali possiede una propria ragione di esistere, una propria verità, per scoprire quindi che molti contenuti della nostra ragione sono relativamente ragionevoli, ma non assolutamente ragionevoli. In effetti, esiste una differenza fra l’avere ragione ed essere ragionevoli, perché nel primo caso si giustifica tutto in nome di questa capacità cognitiva, mentre nel secondo caso si comprende che la nostra ragione si incontra con le situazioni di adattamento che richiede l’esperienza, sviluppando ciò che io definisco la ragionevolezza. In sostanza, la ragione possiede un carattere di assolutezza (almeno inconsciamente…) che la ragionevolezza invece non prevede.

Se, quindi, abbiamo l’occasione di “crescere in compagnia”, possiamo renderci conto quanto sia importante prestare attenzione, quindi orecchio, alle ragionevolezze altrui, che si presentano quasi sempre sotto forma di verità. Si viene così educati ad un processo di riflessione costante e continuo, grazie al quale le verità altrui si mettono in relazione con le nostre. Ma non solo. Le persone si rivelano ai nostri occhi per quello che sono, per ciò che nella loro vita stanno effettivamente esprimendo, con ragionevolezza. Scopriamo quali sono le verità nelle quali profondamente credono, a differenza di coloro che invece parlano senza esprimere nessuna loro verità.

Come facciamo ad accorgerci di questa differenza? In fondo, è relativamente semplice. Bisogna interpellare il cuore, che è molto più intelligente di qualsiasi forma di razionalità e di ragionevolezza. Il cuore, che è la capacità di aprire la nostra mente al mistero della debolezza umana, interpreta le verità altrui e le nostre all’insegna di quella gracilità che tutta l’umanità possiede. Si impara a comprendere (cum prendere), si giustifica, si apprezza, si attende e si medita. Non si giudica, non ci si allontana senza prima essersi messi in gioco sul serio. Con noi e con quello che incontriamo sulla nostra stessa strada, anche in direzioni opposte.

E dopo aver fatto tutto questo, siamo in grado di accorgerci se veramente siamo migliorati, scegliendo di stare con le persone nel confronto delle quali è opportuno non diventare mai sordi.

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