Microplastiche in mare anche dagli scarichi delle lavatrici

Come limitare il fenomeno

di RELOADER onlus

I capi sintetici lavati in lavatrice rappresentano una delle principali fonti di microplastiche nelle aque

Numerose ricerche scientifiche, a cominciare da uno studio italiano pubblicato da poco, indicano che i capi sintetici lavati in lavatrice rappresentano una delle principali fonti di contaminazione delle acque per quanto riguarda le cosiddette microplastiche primarie, ossia quei piccolissimi filamenti plastici che entrano nell’ambiente già in forma frammentata. Come noto, si tratta di un problema enorme e di portata globale, dato che si parla di decine o centinaia di chilogrammi di filamenti rilasciati quotidianamente in ogni città.

E’ un fenomeno davvero pericoloso perché più di un terzo delle microplastiche che inquinano fiumi, mari e oceani, e che finiscono poi inghiottite dagli animali marini, deriva dagli scarichi delle nostre lavatrici. Per ovviare al problema, i consigli di Gianluca Dotti, giornalista scientifico, sono vari e poco impegnativi. In primo luogo si possono adottare alcune procedure di lavaggio perché il rilascio delle microplastiche è una questione meccanica, chimica e fisica. Il modo in cui un lavaggio viene programmato ha un ruolo determinante in termini di quantità di filamenti prodotti.

Un primo accorgimento utile è la sostituzione dei detersivi in polvere con prodotti liquidi: la granulosità della polvere, infatti, esercita in generale un’azione abrasiva sui tessuti, causando il distacco di un maggior numero di microfibre. Allo stesso tempo, anche la temperatura di lavaggio è cruciale, perché scaldare di più un tessuto significa danneggiarne di più la struttura microscopica. Meglio dunque preferire temperature basse per i lavaggi. Dal punto di vista meccanico, i tre elementi da considerare sono la velocità di centrifuga (più è elevata e più si generano attriti), la durata del lavaggio e il livello di riempimento del cestello, poiché un carico semi-vuoto lascia più libertà di movimento agli indumenti e dunque determina urti più violenti. L’ideale sarebbe quindi di avviare il lavaggio dei tessuti sintetici a pieno carico, con programmi brevi e alla temperatura più bassa possibile. Per i prossimi acquisti di capi di abbigliamento, si potrebbe valutare di scegliere quelli in tessuti che riducano il numero di filamenti rilasciati. Alcuni materiali, infatti, generano più microplastiche degli altri, sulla base della loro composizione e della loro struttura microscopica. La cosa più semplice a livello astratto sarebbe utilizzare solo indumenti che non contengano materiali sintetici. Qualora risultasse troppo limitante, anche tra i sintetici esistono comunque differenze non trascurabili: l’acrilico, infatti, rilascia in lavatrice circa il doppio delle microfibre rispetto al poliestere, mentre il tessuto misto poliestere-cotone riduce il rilascio di un ulteriore fattore 3. In generale i tessuti compatti, a maglie fitte e con fibre lunghe, continue e attorcigliate sono quelli meno inquinanti, perché è meno probabile che la trama si sfilacci durante il lavaggio.

Infine l’hi-tech agevola chi avesse voglia di dotare la propria lavatrice di qualche dispositivo apposito, grazie a nuove prodotti acquistabili online e offline, che si basano su principi fra loro diversi,ma la cui funzione è impedire meccanicamente alle microplastiche di raggiungere il tubo di scarico, svolgendo in pratica un’azione di filtro. Tra quelli più semplici ed economici, per esempio,  c’è la sfera Cora Ball prodotta dalla startup statunitense Rozalia Project: ha un diametro di 10 centimetri circa e va inserita all’interno del cestello della lavatrice, in modo che possa catturare quante più fibre possibile.L’efficacia di questo sistema è bassa, compresa tra il 25% e il 30%, perciò più due terzi delle microplastiche finiscono comunque nello scarico della lavatrice. Nonostante questo, i vantaggi di Cora Ball stanno nella semplicità d’uso e nell’economicità: è sufficiente ricordarsi di rimuovere manualmente a fine lavaggio le microplastiche rimaste impigliate nei tentacoli, e il prezzo di vendita è tra i 25 e i 35 euro a cui vanno aggiunte le spese di spedizione. Il primo dispositivo in assoluto concepito per contenere le microplastiche senza intervenire con modifiche sull’elettrodomestico è Guppy Friend. Si tratta di un sacchetto per indumenti ideato da due surfisti tedeschi. Le sue due dimensioni maggiori sono di 50 centimetri e 74 centimetri, e dunque può contenere un gran numero di indumenti sintetici. Il materiale di cui è costituito, è il poliammide 6,6 o nylon 6,6, un polimero sintetico che però perde pochissime fibre plastiche. La trama del tessuto che costituisce il sacchetto ha maglie di 5 micrometri, ed è regolata in modo da lasciar passare l’acqua e i detergenti ma non le fibre plastiche. A fine lavaggio, quindi, una volta tolti gli indumenti dal sacchetto si deve procedere alla pulizia manuale della sua superficie interna. Secondo una serie di test, l’efficacia del sacchetto Guppy Friend è superiore all’80%, e in alcuni casi raggiunge anche il 90%. Il prezzo al dettaglio è dell’ordine di 30 euro, a cui vanno aggiunte le spese di spedizione.

Una curiosità: il nome del sacchetto significa letteralmente amico della Poecilia reticulata, un pesce d’acqua dolce che vive nelle zone tropicali e soffre particolarmente il problema delle microplastiche.

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